In tutto il Maghreb, in tutta l’Africa tradizionale, e in tante parti del Medio Oriente, esiste o è esistito l’uomo-clessidra. Un regolatore delle acque a tempo. Un sistema del genere era praticato anche in Iran. Qui Yazd, la grande città ai margini del deserto orientale, dedica un bel museo alla questione dell’approvvigionamento idrico tradizionale. Centrato sui qanat, le antiche canalizzazioni ormai in disuso (risale a un’ottantina di anni fa il loro ultimo utilizzo). A Yazd, tecniche millenarie di adattamento ad un ambiente inospitale hanno garantito l’egida UNESCO, giunta nel 2018.

Già nella Persia antica esisteva un sistema autoctono di distribuzione pubblica delle acque tramite i qanat (l’etimo di qanat presenta evidenti assonanze con l‘italiano canale), in cui ogni contadino riceveva la sua equa quantità per irrigare. Ed esisteva un contabile dell’acqua, super-partes, persona stimata da tutti.

Nel pomeriggio terso di Shiraz, dopo aver dribblato un traffico insistente, visitiamo gli Eram Gardens. Sono in compagnia di mio figlio Siel, 32 anni. Si tratta di bellissimi giardini persiani, costellati di aiuole e giochi d’acqua, inseriti nella lista UNESCO dei giardini Patrimonio dell’Umanità – l’Iran è nelle prime posizioni mondiali per la cura del verde pubblico, ad alto valore sia estetico che d’uso. Forse per controbattere la percezione di un’aridità sempre crescente, che si insinua ovunque, la gente qui va pazza per quel pò di verde di cui dispone. Nei weekend ogni spazio alberato ed erboso, in città che ospitano il 70 per cento della popolazione del paese, si riempie di famiglie. Vengono per il picnic. Picnic infiniti, che durano giornate intere. Cui gli stranieri saranno immancabilmente invitati ad unirsi.

Da un vialetto alberato appaiono cinque ragazze nerovestite. Fasciate in uno spolverino come succede ad un buon 80 per cento delle iraniane più giovani. Sono lì ad armeggiare con una macchina fotografica e un treppiede. Con modi propositivi e piglio sbarazzino, ci abbordano.

 

Ed eccomi, invariabilmente, al tema del velo per le donne. O per essere più esatti, all’hijab.

In relazione al mondo musulmano, di velo e chador ha scritto davvero chiunque. Si rischia dunque la banalità. Per analisi sul tema più corpose di questo articolo, dunque, meglio rimandare a grossi nomi o addirittura ad interi romanzi, centrati sull’argomento; come ad esempio Neve di Orhan Pamuk, ambientato nella Turchia curda dell’est, tra arretratezza e repressione, tra la laicità del protagonista e i demoni del fanatismo dei suoi interlocutori.

Velo e chador, d’altra parte, sono fra i simboli più noti dell’Iran odierno.

Un primo distinguo è fondamentale: una cosa è il velo, che deve coprire solo il capo, il collo ed i capelli; altra il chador, quel mantello nero che protegge le donne da tutto, ma principalmente, si intende, dagli sguardi maschili. Altrove detto burqa (non in Iran), dal punto di vista fotografico il chador non spiace all’esteta innamorato delle sue immagini. Ma è veramente l’unico punto a suo favore. Da ogni altra angolazione lo si guardi, è un disastro. Specialmente quando fa caldo, e l‘orribile pastrano si tramuta in una prigione d’afa - come riferisce afflitta ogni turista occidentale che abbia fatto l’esperienza, specie se estiva. Perchè i chador iraniani sono tra l’altro, quasi sempre, in fibra sintetica! 

In Iran, il termine utilizzato in proposito è comunque hijab, una parola farsi  dall’ampio significato, che codifica un complesso di cose, il contegno da tenere: l‘hijab corretto implica sia un abbigliamento decoroso che un vestirsi con modestia. Per estensione, nel linguaggio iraniano comune, il termine hijab diventa sinonimo di quest’obbligo, dell‘uso del velo e del chador.

Oggi si parte presto. Non sono neppure le 6 del mattino nel piccolo accampamento di questa famiglia Qashgai, al limitare della vasta piana di Eqlid. Peyman, 42 anni, una vita da pastore, indossa la bisaccia di ogni giorno sopra il giaccone e senza nessun breakfast, in modo deciso, comincia ad inerpicarsi verso monte, alle spalle del campo. Partendo da qui, al mattino, sono i cani a fare l'andatura. Attaccano la montagna brulla, e specialmente uno di loro, in testa, ci mette tutto il carisma di cui è capace.
Seguiamo Peyman in tre, camminando in silenzio in salita, il campo e la valle tutta che rimpiccioliscono ogni minuto alla vista. 

L’amicalità, la cortesia relazionale è uno dei tratti iraniani più distintivi. Ad essa tutti i visitatori fanno in qualche modo riferimento. Ed è una cosa autentica. Che nota ogni viaggiatore. Per cui l’Iran merita d’esser ricordato.

Arrivo a casa di amici, ad Esfahan, e il padre di Alì - pur non avendomi mai visto prima - mi bacia sulle guance con sincero trasporto (tre volte, noto, proprio come si salutano gli svizzeri). A casa di uno zio il giorno seguente succede esattamente lo stesso. Come fossi un parente assimilato. 

Gli iraniani non ci stanno. Non gli va proprio di figurare come terroristi nell’immaginario internazionale. Me lo hanno ripetuto in tanti, a più riprese, durante le visite compiute in Iran tra il 2014 e il 2018. Te lo ricordano appena ci si ferma a parlare, ancora adesso.

Renzo Garrone

Renzo Garrone, Genova 1956, scrittore e viaggiatore, pubblica dal 1985. Ha visto comparire suoi articoli e foto su numerosi giornali e riviste, realizzato varie guide di viaggio, prodotto saggistica sul fenomeno del turismo e reportage da numerosi paesi. Nel 1987 ha fondato RAM, organizzazione specializzata in Asia che si occupa di Fair Trade, Editoria e Viaggi di qualità, d’incontro e responsabili. Questo è il suo Blog, dedicato al Reportage.

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