Regione politicamente indiana, ma culturalmente e paesaggisticamente tibetana, il Ladakh è un deserto pietroso di alta quota (tra i 3500 e i 6000 metri), punteggiato di oasi ma solo dove compaia l’acqua (e dove allora si coltivano orzo e patate).

Gli alti passi per accedervi restano chiusi per neve 8 mesi l’anno, ed aprono soltanto durante la stagione estiva. Ma il trasporto aereo ha cambiato una situazione secolare: antica terra di transito delle carovaniere in Asia centrale, eppure rimasto inarrivabile in termini di comunicazioni veloci fino agli anni ‘70 del novecento, oggi il Ladakh è raggiungibile anche d’inverno, con voli regolari da Delhi.

Caratterizzata da un territorio aspro, di selvaggia bellezza, rocce lunari e cieli blu, la regione riceve scarse precipitazioni durante il monsone estivo che spira dalle pianure indiane, in quanto protetta da altissimi contrafforti.

La stagione turistica, prima fonte di valuta della zona, è dunque un affare limitato a luglio e agosto.

Dal punto di vista climatico, la situazione estiva è quella tipica delle alte montagne tibetane (nelle oasi, quasi ridente), con notti fredde e giornate calde, secche e soleggiate. Al contrario, l’inverno riserva al Ladakh lunghi mesi di neve e di gelo.

Abita questo territorio una popolazione montanara di matrice tibetana (120.000 persone secondo alcune fonti, 150.000 per altre, addirittura 200.000 per l’ICIMOD di Kathmandu) che ha saputo evolvere un sistema di vita, produzione e consumi adattato ad un ambiente di fatto duro ed estremo. Vi sono sia stanziali che nomadi, questi ultimi detti Changpa: 9-10.000 persone secondo alcune fonti, 13.000 per altre. Costoro allevano prevalentemente capre da pashmina.

Presente e radicata è la tradizione lamaista del buddismo tibetano, il vero spirito del luogo, coi numerosissimi i monasteri arroccati sulle alture, e le bandiere da preghiera a festonare alti passi ed umili villaggi di pietra.

 

Le rovine di un antico castello nei pressi di Basgo, lungo la Valle dell'Indo

 

I sedentari sono perlopiù contadini che vivono ancora, almeno parzialmente, di un’agricoltura di sussistenza praticata ad altitudini inferiori ai 4000 metri, mentre i nomadi, tra i 4000 e i 5500 metri, allevano pecore, yak, ma soprattutto capre (le changra, di razza changtangi, dal cui vello ricavano la pashmina). Da sempre a casa propria nel vasto altopiano del Chantang, i nomadi si spostano durante l’anno con regolarità seguendo il pascolo in un’area estesa a sud-est del capoluogo Leh, e poi ancora verso oriente fino ai confini col Tibet.

Esistono in realtà un Changtang indiano (in Ladakh) ed uno occupato dai cinesi (in Tibet). Il Changtang indiano va dai 4600 metri di Debring, ai piedi del passo Tanglang La (5400 metri), fino a Chusul nel nord est, nei pressi del Pangong Lake; verso sud i pascoli alti continuano fino a Korzok, sempre sui 4500 metri, sulle rive dell’altro lago cristallo della zona, lo Tsomoriri. L’intera area, che nel-la terminologia amministrativa indiana è chiamata ‘Nyoma Block’, confina col Tibet cinese: la parte orientale del Pangong è in territorio cinese, il lembo meridionale dello Tsomoriri ne lambisce la frontiera.

 

Uno scorcio del Lago Tsomoriri vicino a Korzok

 

Il fulcro della regione rimane Leh, di fatto l’unica vera città e centro commerciale, piccola ma imprescindibile, dove la popolazione nel 2012 veniva stimata in 80.000 persone, nel 2024 lievitata a 154.000 (65% buddhisti, 15% musulmani). Altre zone del Ladakh restano inaccessibili agli stranieri, poiché prossime ai confini, a dir poco delicati, con Cina e Pakistan (ma Nubra si visita con permessi speciali), mentre gran parte del territorio meridionale (lo Zanskar) è in pratica accessibile solo a piedi.

L’Indo (Sengge-ka-bab per i ladakhi), geograficamente e storicamente uno dei grandi fiumi dell’umanità, ha scavato nei millenni una valle divenuta culla della civilizzazione locale.  Questa valle costituisce l’arteria centrale di un immenso sistema fluviale, che drena i corsi d’acqua in un’area estesa dal Chitral pakistano a nord, al deserto indiano del Thar a sud, dal Lago Manasarovar a oriente, sacro ai buddhisti e situato nel Tibet occidentale, al Mare Arabico ad occidente.

Quando l’Indo raggiunge la valle centrale del Ladakh, compresa tra i paesi di Upshi (a monte) e di Khaltse (a valle), ha già compiuto qualcosa come 800 km del proprio corso (la sorgente è situata sul versante nord del monte Kailash in Tibet, meta suprema di pellegrinaggio per i buddhisti tibetani). Ma deve compierne ancora centinaia prima di trovare uno sbocco verso meridione, e oltre 1600 prima di gettarsi nell’oceano, in prossimità della metropoli pakistana Karachi.

In realtà la storia ladakhi è quella di un crocevia di scambi: varie carovaniere che congiungevano le diverse regioni dell’India, il Tibet e la Cina, passavano di qua. Ma è solo nell’ultimo cinquantennio, per via dei moderni collegamenti, che le aree urbane hanno subito un certo sviluppo, mentre notevoli sono stati i mutamenti nell’istruzione, nella sanità, nell’agricoltura, nelle fonti di energia e nei trasporti.

Oggi, siamo di fronte a una transizione rapidissima dalla delicata economia di sussistenza del posto, ad una di mercato, ma con rilevanti contraddizioni, e grande è lo smarrimento della popolazione. L’agricoltura per esempio, assistita da Delhi, è in crisi: il fatto che convenga importare derrate alimentari di base invece che produrle sul posto ha minato quell’autosufficienza che rappresentava una sorta di bandiera del Ladakh.

Il problema va oltre la diseguale distribuzione dei benefici. I contadini che non partecipano al cambiamento, che restano legati alla sussistenza, possono veder peggiorare la loro situazione economica semplicemente continuando a vivere come hanno sempre fatto.

Mentre le relazioni comunitarie reciproche, improntate tradizionalmente al mutuo soccorso, vengono inevitabilmente guastate dal diffondersi dell’economia monetaria. La domanda per risorse già scarse fa salire i prezzi dei prodotti locali. In passato, per esempio, gli abitanti dei villaggi condividevano gli animali da trasporto in relazioni informali di scambio. Ora, durante la “stagione”, gli animali non sono più disponibili per un vicino di casa in difficoltà, essendo spesso occupati a trasportare bagagli per i visitatori, o essendo i loro allevatori, specie se giovani, emigrati a Leh o verso le pianure; o essendo spesso spariti perché sempre meno utili agli uomini e alle donne di oggi.

Gregge di capre da pashmina nella Valle di Nubra (foto Barbara Villa)

 

Ma sono soprattutto le campagne a spopolarsi. Lo si vede in tutta l’alta montagna in diverse parti del mondo, perchè la vita lassù è troppo dura, e chi può emigra – a meno che non si creino opportunità di lavoro sul posto, e nell’ultimo ventennio questo riesce a farlo solo il turismo, con tutte le sue contraddizioni. Ogni regione ha le sue particolarità; tra gli alpeggi della Svizzera e i sentieri che furono degli Sherpa, nel Nepal dell’Everest o Khumbu, le similitudini possono sembrare scarse, ma come al solito il solco è scavato dal benessere, o dalla povertà.

Così antropologi, studiosi e giornalisti esaminano il caso del Ladakh come emblematico delle contraddizioni (e del degrado) che lo sviluppo moderno può arrecare in zone precedentemente in equilibrio. Altri, come alcuni esponenti del Tibetan Children Village (TCV), il collegio fiore all’occhiello dell’istruzione tibetana dell’esilio (ci sono molti tibetani in Ladakh), offrono una lettura della questione tipicamente buddista: “Lo sviluppo economico aumenta anche i desideri e con ciò l’ambizione e la sofferenza. L’aumento della ricchezza e le trasformazioni dell’ultimo cinquantennio hanno innescato, in Ladakh, un processo consumistico per cui più si ha e più si desidera” (cose che in Occidente conosciamo bene), “per il quale non si è mai soddisfatti. E questa continua e inappagabile ricerca di soddisfazione alimenta tutta l’economia. In Ladakh ciò ha portato ad una perdita delle tradizioni e dei costumi e non solo in termini esteriori. E via via che prende piede la nuova cultura globale, si perde quella antica. Ma i nuovi stimoli sottintendono sostanzialmente soldi, che in fin dei conti restano fini a sé stessi” (Cabras, 2006).

Dice Walter Klemm della International Association for Ladakh Studies: “Il Ladakh è una società in transizione. I nuovi stili di vita cui è stato improvvisamente esposto dalla metà dei ‘70 ad oggi, a fronte di secoli di cultura e tradizioni locali, hanno lasciato le menti della popolazione locale completamente confuse ed incerte. E le risorse naturali sono in declino”.

Il pezzo in questione è tratto da un nuovo libro che, nel 2024, sto realizzando sul Ladakh.