Perchè gli indiani amano tanto questo Primo Ministro?  Scriveva di Modi appena uscito vittorioso dalle urne, nel maggio 2019, “D Lui” di Repubblica[1]: “l’urbanizzazione e la crescita record dei giovani hanno formato nuovi valori e comportamenti, hanno nutrito le aspettative portandole sempre più in alto. Hanno ridefinito cosa significhi essere indiani. E non è detto che dopo questa metamorfosi essere indiani vorrà ancora dire laicità e pluralismo” – attributi che hanno caratterizzato l’India dall’Indipendenza ad oggi. Le cose hanno cominciato a cambiare con l’avvento del BJP, la destra attuale di governo. Modi lo ha capito e ha fatto le promesse giuste. Ha fatto sognare la giovane India dandole più fierezza, il capitale più a buon mercato per ogni demagogo”.

 

Francesca Marino sull’Espresso[2] si concentrava invece su come le recenti elezioni hanno spazzato via le logiche del privilegio. “Una società aspirazionale come quella indiana, terra di possibilità per coloro che siano capaci di metter da parte gli svantaggi con cui sono nati e afferrare le opportunità a portata di mano, non tollera il privilegio. E i portatori di valori liberali e laici che nella polarità dell’esercizio elettorale indiano si rivolgono per forza al Congress, appaiono oggi paradossalmente portori di una cultura elitaria di privilegio dinastico”. Molto peggio dei nostri PD Capalbio style, insomma, che hanno scelto di non guardare più al disagio sociale. Per Marino, le elezioni indiane del 2019 sono state la sconfitta “delle caste alte e dei ceti borghesi che mandano i figli a studiare all’estero, e guardano al povero come le dame di San Vincenzo di una volta” (in Italia). Secondo questo punto di vista, gli indiani sarebbero oggi più inclini a credere ai self made men, nel caso di Modi al ragazzo partito da zero che fa fortuna – e lui da ragazzo effettivamente vendeva chai per la strada. Il facile riferimento è al film The Millionaire, 2008, diretto da Danny Boyle e interpretato da Dev Patel, pluripremiato: anche nel film il protagonista è un venditore di chai che fa carriera pur uscendo dagli slums di Bombay. Gli indiani preferiscono credere al Modi che costruisce una narrazione attorno al messaggio ‘sono uno di voi’, perché offre un’ipotesi di riscatto, di miglioramento reale, un sogno in cui credere. Efficace. Modi, scrive Marino, ha restituito agli indiani l’orgoglio di essere indiani.

 

Freida Pinto e Dev Patel in The Millionaire, di Danny Boyle: da Bollywood al successo mondiale. L'imagine è ambientata nella metropolitana di Mumbai

Non c’è luogo migliore per misurare questi sentimenti, in India, che le parate indette in occasione delle feste nazionali per la Repubblica nata nel 1947 (26 gennaio) o per l’Indipendenza (15 agosto). L’orgoglio di quest’India accresciuta, assurta al rango di superpotenza, è latente ovunque nel paese. Un orgoglio che esplode quando, negli occasionali episodi di conflitto in cui sfocia la perenne tensione col Pakistan alimentata dai politici di Delhi, l’esercito ha ragione degli avversari. Per fortuna negli ultimi decenni s’è trattato più di scaramucce che di veri conflitti: ma la paranoia messa in circolo è tanta. Per la gente comune, questo significa per esempio la perquisizione continua ai check points da subire negli aeroporti, nelle metropolitane, in centinaia di luoghi considerati sensibili, in tutto il paese, non importa se generano ritardi e ulteriori affollamenti in un paese in cui questi ultimi non mancano di certo. Anche i turisti nonne sono immuni. Perquise pignole, caparbie, a volte estenuanti, dettate appunto dalla paranoia di un nemico che esisterà senz’altro ma non certo ad ogni passo. E che non penso possa essere debellato frugando nei beauty case o cercando le batterie nei bagagli a mano. 

Guerre vere, in realtà, l’India indipendente ne ha già combattute, tre col Pakistan (vinte), due con la Cina (perse). L’episodio di Kargil, del 1999, se lo ricordano tutti, è scolpito nell’orgoglio del paese, a larga maggioranza.  E quando Modi quest’anno appena prima delle elezioni ha bombardato un po’ il Pakistan, in risposta ad attentati effettivamente subiti in territorio indiano, l’opinione pubblica gli è andata dietro pressoché compatta, favorevole.

The Kargil War, vinta dall'India contro il Pakistan: immagini di repertorio. Foto da internet

La Kargil War, tra gennaio e luglio 1999, fu caratterizzata (secondo la stampa indiana) da un’invasione pakistana di questo distretto himalayano di confine, che fa parte del Ladakh. A seguito del contrattacco dell’esercito di Delhi si ebbe una vittoria dell’India, che costò peraltro la vita a 500 dei suoi militari. Le fonti indiane non menzionano certo quanti pakistani siano morti.     

Anche l’albergatore Ajay, proprietario e gestore del Mahindra Palace hotel a Udaipur, ha votato Modi. Come tutti coloro che ho incontrato nei miei due mesi di India tra luglio, agosto e settembre del 2019.

Perché? Come nel caso del tassista di Udaipur, non è chiaro.

Secondo Ajay, perché Modi sta finalmente dando una scossa al paese. Era quasi fermo, lo sta smuovendo. Ajay dice che finalmente, con l’introduzione del GST, tanta gente deve pagare le tasse, gente che prima non le pagava. Il GST, introdotto nel 2016 (Modi fu eletto la prima volta nel 2014) è una tassa multi-comprensiva che accorpa IVA e parecchi altri balzelli, semplifica e armonizza una normativa precedentemente complicata, ed è modulare, cioè si paga a seconda dei settori e delle cifre in ballo. Sulla ristorazione per esempio è del 5%, negli hotel varia a seconda del pregio dell’offerta: per una stanza economica, sotto le 1000 rupie, non c’è obbligo di fattura, né di dichiarare questi soldi, e non si paga tassa alcuna. Oltre questa soglia, l’aliquota sale al 12% fino alle 2500 rupie (32 euro), e al 18% sopra le 2500 rupie.

Alcuni ovviamente non sono contenti, sottolinea Ajay, prosperavano col nero. Ma anche ai suoi occhi di commerciante risulta evidente come la misura costituisca un fattore positivo, beninteso se si guarda al paese e non solo agli interessi individuali, di parte. Se lo stato finalmente incassa potrà poi spendere per servizi ai cittadini: miracoloso, ma Ajay scandisce proprio questo. Che un piccolo albergatore se ne renda conto mi pare indichi crescita di consapevolezza. Come mai, indago? Perché la figlia, che da sport a livello professionistico, va all’estero, e lui ha voluto accompagnarla varie volte per darle una mano, per proteggerla. Nell’esercizio ha preso le distanze dai luoghi comuni a senso unico.

Ajay, un indù, dice anche un’altra cosa: che i musulmani sono stati tenuti dal Congress per 50 anni in posizioni subalterne, poco favorevoli. Meglio poveri e ignoranti, perché in tal modo restavano un bacino di voti, facili da convincere perché facili da comprare con il voto di scambio (mi sfugge un pò la ratio profonda del discorso, ma insomma questa è la narrazione che l’interlocutore propone). I musulmani sono più del 14 per cento della popolazione indiana, ossia circa 172 milioni di persone secondo il censimento del 2011, il che fa dell’India il paese con il maggior numero di musulmani al mondo, al di fuori dei paesi a maggioranza islamica. Sono una comunità spesso afflitta da un senso di inferiorità, da una psicologia minoritaria. 

                                                        Zahar Wadi, Katcchh, Gujarat. Minoranze, e per di più islamiche. Fot Renzo Garrone, 2019

Ed al contrario di quello che si pensa di Modi nel mondo, ossia che il Primo Ministro persegua un disegno volto a emarginare l’Islam in favore di un paese solamente indù, secondo Ajay lui non parla di questa o quella comunità ma solo di India, di un’India intera, unitaria, ed on the move, e così restituisce ai musulmani una qualche forma identitaria più consistente. Mainstream. Li fa sentire parte del paese, non in opposizione ad esso, non più cittadini di serie B. Altro che politica “divisiva”, come scrive la stampa ‘progressista’.

Chissà. Se davvero Modi lascia da parte l’ostilità verso i musulmani, purtroppo non comprendo i suoi discorsi in hindi, allora certa retorica anti-islamica viene cavalcata da parecchi altri del suo partito. Che non perdono occasione per blandire gli indù, ai danni delle minoranze. Come per esempio il Ministro dell’Interno Amit Shah. Se Modi è il gatto, Shah è la volpe.

Amit Shah, del Bjp, Ministro dell'Interno indiano. Con Modi praticano un notevole gioco di squadra. Foto da internet

 

[1] Il nazionalista. In “D Lui” di Repubblica, maggio 2019

[2] Quello che non capiamo dell’India di Modi. Francesca Marino, L’Espresso, 16 giugno 2019