Terza puntata delle mie “storie di treni”. Dove scavo ancora di più nel mio passato in India, in una sorta di Archeologia del Garrone… L'articolo di seguito e' stato redatto nel 1988 e si riferisce a quell’anno. Ovviamente molte cose sono cambiate da allora, ma il messaggio essenziale resta identico. Lo pubblico quindi come è stato scritto allora, con giusto qualche nota di commento a piè di pagina.

Fauna ferroviaria
Giaccio sistemato su una panca di treno, in legno duro, occhi aperti e sensi all'erta. Pronto a vederne di tutti i colori, pronto a un tuffo nel molteplice. Siamo ad una delle trecento fermate dell'Udhyan Express, da Bombay a Bangalore. Partenza ore 20.00, arrivo 24 ore più tardi.
I mendicanti fanno parte dell'esistenza quotidiana. Ecco questo cieco musulmano che canta per poche rupie, il capo reclinato all'indietro, una candida papalina in testa. Lo accompagna sul treno un ragazzino, da solo il cieco non potrebbe farcela, tenendolo per mano lungo il corridoio. Di solito, questa gente canta motivi religiosi, ma ognuno lo fa personalizzandoli, con voce roca, struggente, spezzata. Il bambino, nel frattempo, tende la mano libera. 

Ambulante alla stazione ferroviaria di Chhatrapati Shivaji a Mumbai. Foto Renzo Garrone

 

Mezz'ora fa è salito invece un ragazzo storpio, per guadagnarsi la vita a modo suo. Trascinandosi per terra, con uno scopino ha pulito tutto il corridoio del vagone, ramazzando con energia tra i piedi dei passeggeri. Ci voleva, accidenti, visto che sul treno la lungimiranza delle lndian Railways non ha previsto cesti per i rifiuti. Così il ragazzo ha raggranellato un bel malloppo di spazzatura e, giunto alla fine del percorso è tornato sui suoi poveri passi, chiedendo i soliti spiccioli, piuttosto dignitosamente, con gesto ammiccante. Avutoli, il ringraziamento consueto, fatto portando il pugno col denaro ricevuto verso la fronte ed alzando per un attimo lo sguardo al cielo. Qualcosa per te, qualcosa per la divinità da cui dipende ogni cosa. Ed il resto, ciò che la mano stringe, per se stesso. Un grazie vero, per quello che succede, nonostante tutto. Un grazie all'interlocutore ed una dedica a chi permette tutto quanto, per quanto a molti ingiusto possa sembrare.

Che posto è mai l'India? Quanto male si può viver sulla terra? L'attimo dopo questi pensieri, però, basta un sorriso al primo che incontri perché egli o ella si illumini, in un moto di reciproca interazione che riscatta in breve l'abiezione precedente. Davvero mi pare che, se si entra in una certa onda di osservazione spassionata, l'India diventi un posto più incredibile degli altri. Dove l'intensità, particolarmente a livello umano, è di casa.

L’India: zeppa di difficoltà poco sopportabili, patria delle condizioni di vita più disumane, cosparsa di centri grandi e piccoli dove la gente abita senz’acqua. L’India, quel paese estremo che ci mette sotto gli occhi continuamente slums e squallore, sperequazioni inaudite, le manifeste prevaricazioni ai danni dei suoi poverissimi, ha in serbo per il viaggiatore anche tanta bellezza, semplicità, ed occasioni di grande disponibilità umana. La spiritualità, naturalmente, non sta per forza negli ashram o nei templi, ma soprattutto nella gente. Nella loro vita comune, assieme alla miseria, alla grettezza, al feroce materialismo, all'ignoranza che albergano al contempo nei medesimi animi. Se proprio devo dirlo – sono un pò allergico ai massimi sistemi – mi sembra che l'India possa diventare un ponte verso la spiritualità che sta in noi. Quando ci obbliga a guardarci, a capire cosa proviamo – per reazione rispetto a quanto capita di osservare. A considerare, relativizzando, le nostre fortune e sfortune.

Sull'Udhyan express le cuccette sono prenotate. Ma la mattina, ad un paio di stazioni di provincia successive, sale tanta di quella gente che il treno si riempie del tutto. Population main problem, allargano le braccia i colletti bianchi seduti accanto a me sul treno. Si vergognano dello spettacolo. Ma niente da fare. Nessuno può arrestare queste folle vocianti e tumultuose, che si riversano negli spazi disponibili. L'unica è accettarle. Ed è così che la convivenza a contatto di gomito diviene una caratteristica saliente della vita in India.

Qui accanto, nel frattempo, incurante del via vai, una giovane coppia sposata da poco è visibilmente innamorata, e fa onore al matrimonio volendosi bene. Altrimenti certe libere manifestazioni di affetto sono rare, in India. Ora i due mangiano chapati e patate giallastre da una gavetta comune - due cuori una pietanza! La folla comunque li ignora, loro ed il loro candore, che ben si abbina al saree turchese di lei che termina, al suo viso delicato ed elegante. Lui, viceversa, è rotondo e pacato. Sempre in bilico tra equilibrio ed emozione, come capita sovente ai ragazzi indiani che hanno studiato.

Altre famiglie si agitano sulla scena, nel frattempo. Dove i bambini tengono banco.

Dal finestrino, il sole inonda la campagna arata, i manghi generosi sparsi qua e là, i buoi che tirano aratri da combattimento, siepi di cactus a delimitare il marrone del dissodato, il rossiccio del sorgo, il verde brillante del riso. All'orizzonte si staglia un rilievo nudo ed articolato.

Il treno viaggia con la porta aperta. Ogni tanto mi sposto per passare una mezz'ora seduto su quella soglia, nel vento.

Il cielo invernale è completamente azzurro.

 

Ambulanti nel corridoio

L'India sul treno: tra dentro e fuori, c'è poco da annoiarsi. Il paese dei tracciati ferroviari è sì fatto soprattutto di pianure, ma non è mai troppo monotono, perché ravvivato dalla varietà della campagna e dagli accadimenti umani. In aggiunta si può far ricorso alla stampa locale in inglese, mediamente di buon livello. Ho passato intere giornate, in viaggi successivi, provando a decifrare l'India dalle facce della gente, parlando con le persone. Studiando al contempo il paese sui suoi giornali, tastandone il polso teorico…

Ma mentre il nostro convoglio sferraglia per la campagna infinita, ecco l’incredibile assortimento dei venditori ambulanti che scelgono le ferrovie per sbarcare il lunario. Ce n’e’ abbondanza in tutto il paese, naturalmente, ma sui treni è una vera sfilata.

Per il festival delle cantilene arriva il frittellaro. Brandendo un canestro a tracolla, spara il suo vadavadavadavadavadaoleeè..., reclamizzando certe polpettine brunite di riso e lenticchie con qualche scaglia di peperoncino. Sono i vada, snack popolare della cucina del sud.

Venditore di vada, frittelle di riso e lenticchie, sullo Shatabdi da Kozhikode a Ernakulam, Kerala, 2010. Foto Renzo Garrone

Dappresso, il venditore di noccioline in pacchetti sottovuoto è straordinario. Sciorinando con voce sorda la sua eterna ed un pò stanca filastrocca, torce la bocca in una smorfia del tutto particolare, molto collaudata, ormai, ma ai miei occhi tenerissima.

Quando si fa sera, poi, pian piano lo scompartimento diviene silenzioso. I passeggeri, accordatisi sommariamente, tirano giù la cuccetta di mezzo dimodoché tutti i prenotati abbiano un giaciglio. I clandestini di notte scendono. Al massimo, trovi ancora qualche sfigato disteso per terra vicino ai cessi, la faccia sul pavimento. In India è obbligatorio non farci caso.

Nelle sleeper class i tavolacci di legno qualche volta, sui treni più moderni, sono stati imbottiti di plastica e gommapiuma, ma gli Indiani che possono viaggiano comunque coi propri giganteschi sacco a pelo verde standard, un metro cubo si e no di masserizia, da aggiungere naturalmente a pentole taniche gavette valìgie e sportine varie. L'lndia non è sempre calda, d'inverno nel nord le notti sono rigide. anche se appena ad aprile sudi come non credevi fosse possibile sudare. Necessari, indispensabili diventano allora i ventilatori rotanti posti sul soffitto del vagone, presenti in gran numero, schermati con grate di ferro perché i passeggeri delle cuccette alte non si facciano a fette da soli. E l'India, naturalmente, resta la maggior esportatrice mondiale di ventilatori. Alcuni fra quelli di terraferma, decisamente ciclopici, somigliano a mulini a vento, e troneggiano in stanze d'albergo e sale d'aspetto, dove la loro presenza ingombrante e rumorosa aggiunge una nota grottesca al tipicissimo squallore generale. Alcuni di questi ventilatori li chiamano desert cooler.

Alla biglietteria della stazione di Mysore

La mattina dopo mi sporgo dalla cuccetta in alto, che mi era toccata in sorte, mentre l'India sferraglia via dal finestrino e, sotto, già ferve l'attività dello scompartimento. Qualche ora dopo si registra il record dei venditori ambulanti. Arrivano gli amrut, rotondi frutti tropicali simili ai guava, e riscuotono un buon successo. Amrut amrut, canta il venditore, che in neanche mezz'ora fa l'en plein e scende alla stazione successiva con la cesta vuota.

Un altro ambulante con un kit incredibile di mercanzia edibile in uno scatolone di latta appeso al collo, avanza ondeggiando nel corridoio. Per l'occasione s'è annesso un basket di fritti e la provincia della cipolla trifolata con una sorta di prezzemolo citrino, che scopro essere coriandolo fresco, che c’è chi lo ama e chi lo odia. È venuto avanti un pò curvo con una nenia triste sulle labbra ma, nonostante la sua filastrocca fosse pregevole, ha fatto pochi seguaci.

Stabili invece le azioni del chai allo zenzero, sempre molto consumato, come pure quelle dei pasti veg e nonveg della Railways Corporation, di cui ho usufruito pure io per l'ammontare di thirteen (13) rupees. Milletrecento lire.

Intanto, dai rifugi alimentari dei passeggeri, spuntano in continuazione pacchettoni pieni di puri bhaj (frittelle e patate), chapati già pronti con contorni piccanti, gavettozzi inox al riso bianco e taniche maxi adibite a scopi idrici. Annoto anche una discreta varietà di consumo di betel, con masticazioni prolungate e sputi rosso sangue.

L'acqua delle toilette, sul treno, non è potabile. Così alle varie stazioni è tutto un arrembaggio con thermos e recipienti alle fontane pubbliche. Salgono però anche ragazzini con secchi di alluminio pieni di cool drinks, annegate nel ghiaccio. Le vendono per poche rupie, con altre nenie sulle labbra. Ognuno rattoppa la propria giornata nel grande caleidoscopio dell’India.